Bce o morte
La trasformazione della Banca centrale europea in un vero garante della moneta unica: è questo il tema che l’avvitamento della crisi debitoria italiana, negli ultimi mesi, ha contribuito a portare al centro del dibattito mondiale sul futuro dell’euro. Nel suo grand tour europeo, il presidente del Consiglio Mario Monti difficilmente potrà ignorarlo. Innanzitutto perché un prestatore di ultima istanza è quanto servirebbe per frenare la speculazione sul debito di un paese troppo grande per essere salvato in modo convenzionale.

La trasformazione della Banca centrale europea in un vero garante della moneta unica: è questo il tema che l’avvitamento della crisi debitoria italiana, negli ultimi mesi, ha contribuito a portare al centro del dibattito mondiale sul futuro dell’euro. Nel suo grand tour europeo, il presidente del Consiglio Mario Monti difficilmente potrà ignorarlo. Innanzitutto perché un prestatore di ultima istanza è quanto servirebbe per frenare la speculazione sul debito di un paese troppo grande per essere salvato in modo convenzionale. E poi perché l’azione di un prestatore di ultima istanza come la Federal Reserve, sostengono in molti, contribuisce a spiegare i dati positivi arrivati in questi giorni dall’economia statunitense (tra cui il tasso di disoccupazione sceso a dicembre all’8,5 per cento dall’8,7 di novembre). Finora il nuovo governo italiano non si è espresso in proposito, anche se ieri non è passata inosservata una dichiarazione del ministro dello Sviluppo, Corrado Passera: finora “l’Ue si è dimostrata inadeguata – ha detto intervenendo a Parigi allo stesso convegno al quale partecipava Monti – Occorre dare all’Ue un’autentica Banca centrale con risorse e strumenti necessari per gestire la stabilità e la liquidità del mercato”. Senza contare che secondo l’agenzia Dow Jones, che prendeva a riferimento la traduzione in inglese dell’intervento del premier italiano, lo stesso Monti avrebbe detto che “devono essere assegnati nuovi poteri alla Bce”. Traduzione ufficiosa dell’entourage di Monti: “La Bce deve avere più possibilità d’intervento”. L’annuncio di voler acquistare senza limiti titoli del debito dei paesi in difficoltà – è la tesi di chi insiste per una Bce interventista – renderebbe vani gli eccessi speculativi, facendo immediatamente calare i rendimenti che i singoli stati devono corrispondere agli investitori. Roma non si è ancora discostata, almeno su questo punto, dalla posizione più ortodossa, quella tedesca: secondo Berlino, infatti, la Bce non può contravvenire al suo statuto che le impedisce di finanziare il debito degli stati membri.
“Sarebbe profondamente sbagliato”, ha ripetuto questa settimana il presidente della Bundesbank, Jens Weidmann, seppure “allettante dal punto di vista degli stati molto indebitati e delle banche che hanno in pancia i loro titoli di debito pubblico”. Ma un’eventuale richiesta dell’Italia di ripensare il ruolo della Banca centrale guidata da Mario Draghi sarebbe tutt’altro che eccentrica. Basti dire che tra novembre e dicembre, con il progressivo rafforzarsi del contagio generato dalla crisi greca, non poche cancellerie sono intervenute pubblicamente per sfidare il tabù dell’ortodossia teutonica. Non ci sono soltanto Irlanda e Portogallo a citare esplicitamente la necessaria trasformazione di Francoforte sulla scia della Federal Reserve statunitense; il nuovo premier spagnolo, Mariano Rajoy, ha usato il suo discorso di insediamento del 19 dicembre per fare riferimento a un nuovo ruolo della Bce. Il presidente francese Nicolas Sarkozy, su questo dossier, ha fatto intendere di essere non allineato con la Merkel, alternando richieste di intervento (arrivate più volte anche dai ministri del governo di Parigi) a promesse di non voler interferire con il lavoro di Mario Draghi.
Il dibattito, insomma, pare ormai ineludibile. E questo al di là di come procederà la trattativa sul Patto fiscale lanciato lo scorso 9 dicembre e che dovrebbe essere firmato dai capi di stato a marzo. Si tratta, in estrema sintesi, di regole più stringenti sui conti pubblici, rafforzate da una occhiuta supervisione sovranazionale. Eppure i mercati sembrano tutto fuorché tranquillizzati: gli spread tra titoli del debito dei paesi dell’area euro e gli omologhi bund tedeschi restano a livelli record (ieri il differenziale dell’Italia con la Germania ha lambito i 530 punti, ma anche lo spread francese viaggia oramai attorno a 150, contro i 100 punti di qualche settimana fa). Non è un caso che proprio dalla Francia, questa settimana, sia arrivato l’ultimo appello a Draghi. Come è possibile, ha sostenuto l’ex primo ministro Michel Rocard intervenendo sul Monde, che la Federal Reserve statunitense abbia prestato alle banche 1.200 miliardi di dollari allo 0,01 per cento, dunque con un bello sconto rispetto all’un per cento normalmente pagato allo sportello della Banca centrale, mentre oggi in Europa alcuni stati in difficoltà sono costretti a offrire tassi da 600 a 800 volte più alti? Anche economisti delle scuole di pensiero più diverse – dal Nobel liberal Paul Krugman ai liberisti Alberto Alesina e Francesco Giavazzi, passando per il filo-Bundesbank Charles Wyplosz – concordano: la Bce deve intervenire per evitare il peggio. Il governo italiano ora sembra tenerne conto.
Il dibattito, insomma, pare ormai ineludibile. E questo al di là di come procederà la trattativa sul Patto fiscale lanciato lo scorso 9 dicembre e che dovrebbe essere firmato dai capi di stato a marzo. Si tratta, in estrema sintesi, di regole più stringenti sui conti pubblici, rafforzate da una occhiuta supervisione sovranazionale. Eppure i mercati sembrano tutto fuorché tranquillizzati: gli spread tra titoli del debito dei paesi dell’area euro e gli omologhi bund tedeschi restano a livelli record (ieri il differenziale dell’Italia con la Germania ha lambito i 530 punti, ma anche lo spread francese viaggia oramai attorno a 150, contro i 100 punti di qualche settimana fa). Non è un caso che proprio dalla Francia, questa settimana, sia arrivato l’ultimo appello a Draghi. Come è possibile, ha sostenuto l’ex primo ministro Michel Rocard intervenendo sul Monde, che la Federal Reserve statunitense abbia prestato alle banche 1.200 miliardi di dollari allo 0,01 per cento, dunque con un bello sconto rispetto all’un per cento normalmente pagato allo sportello della Banca centrale, mentre oggi in Europa alcuni stati in difficoltà sono costretti a offrire tassi da 600 a 800 volte più alti? Anche economisti delle scuole di pensiero più diverse – dal Nobel liberal Paul Krugman ai liberisti Alberto Alesina e Francesco Giavazzi, passando per il filo-Bundesbank Charles Wyplosz – concordano: la Bce deve intervenire per evitare il peggio. Il governo italiano ora sembra tenerne conto.